Paolo Conte: le frasi più celebri dell’avvocato della musica italiana

Cantautore, paroliere, polistrumentista, pittore ed ex-avvocato, altrimenti detto Paolo Conte. Nato ad Asti il 6 gennaio 1937, è ritenuto una delle figure più influenti e innovatrici del panorama musicale italiano. Nel 1974 compie il grande salto: addio carriera da avvocato, c’è soltanto la musica. In oltre cinquant’anni di attività, ha raccolto numerosi successi di critica e pubblico, divenendo celebre anche internazionalmente, in particolare tra i cugini francesi.

Di seguito viene proposta una lista di frasi di Paolo Conte, l’avvocato della musica italiana.

Non perderti per niente al mondo | lo spettacolo d’arte varia di uno innamorato di te.

La vera musica, che sa far ridere | e all’improvviso ti aiuta a piangere…

Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti.

Ma il vino spara fulmini | e barbariche orazioni | che fan sentire il gusto | delle alte perfezioni.

Dire che ti penso | è un controsenso | perché sei sempre qui, | tra le mie dita | come la vita | che in un sorriso vivi.

Intanto io rifletto, chi lo sa, forse la vita è tutta qua. | Abbiamo un bel cercare nelle strade e nei cortili, | cosa c’è, cosa c’è? | C’è un mondo che si chiude se non ha un pugno di felicità; | io sono sempre triste, ma mi piace di sorprendermi felice insieme a te.

Dammi il tempo che tempo non sia. | Dammi un sogno che sonno non dia.

Beviti ‘sto cielo azzurro e alto che sembra di smalto e corre con noi.

Genova per noi | che stiamo in fondo alla campagna | e abbiamo il sole in piazza rare volte | il resto è pioggia che ci bagna. | Genova, dicevo, è un’idea come un’altra.

Dicono che quei cieli siano adatti ai cavalli | e che le strade siano polvere di palcoscenico.

Ma quella faccia un po’ così, | quell’espressione un po’ così | che abbiamo noi mentre guardiamo Genova | ed ogni volta l’annusiamo, | circospetti ci muoviamo, | un po’ randagi ci sentiamo noi.

È tutto un complesso di cose | che fa sì che io mi fermi qui.

Oh, quanta strada nei miei sandali | quanta ne avrà fatta Bartali | quel naso triste come una salita | quegli occhi allegri da italiano in gita.

Libertà e perline colorate, | ecco quello che io ti darò. | E la sensualità delle vite disperate, | ecco il dono che ti farò.

L’uomo ch’è venuto da lontano | ha la genialità di uno Schiaffino | ma religiosamente tocca il pane | e guarda le sue stelle uruguaiane.

Diavolo rosso dimentica la strada | vieni qui con noi a bere un’aranciata, | contro luce tutto il tempo È Stava lì nel suo sorriso | a guardar passare i tram, | vecchia pista da elefanti | stesa sopra al macadàm.

Un macaco senza storia, | dice lei di lui, | che gli manca la memoria | in fondo ai guanti bui. || Ma il suo sguardo è una veranda, | tempo al tempo e lo vedrai, | che si addentra nella giungla, | no, non incontrarlo mai.

Ma non si può capire tutto. E, forse, non si deve. Di solito si ha paura di essere incompresi, io ho paura di essere compreso.

La pioggia è un fatto poetico di suo. Mi piace molto l’insegnamento che Mario Monicelli impartiva ai suoi attori: “Se devi girare una scena dove piove, allora non fare niente, resta impassibile, ci penserà la pioggia a recitare per te”. Magari vale anche per le canzoni, se ci piove dentro non devi quasi cantare…

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